Premesso che l'alleanza
sovranista è un ossimoro
– non si può dare una solidarietà politica internazionale tra
competitor
statuali pur in una evidente configurazione globale (non si possono
negare affinità “operative” tra Putin, Trump, Erdogan, Orban, Xi
Jinping e, via degradando, Bolsonaro e Salvini e, nel contempo,
l'esaltazione programmatica dei diversi interessi nazionali che
interpretano) -, non si può, tuttavia, negare che l'onda
nera liberista post-novecentesca,
caratterizzata dal sistema
post-fordista multinazionale
di produzione (organizzato nella forma della serializzazione
digitale) e da un'economia
biopolitica in grado di
manipolare tutte le dimensioni d'espressione dei rapporti sociali
(rif. M. Hardt, A. Negri, “Impero – Il nuovo ordine mondiale”,
BUR, 2003, con particolare riguardo al Capitolo VI, “La sovranità
imperiale”, pagine 175-193), procede indisturbata nel suo
consolidamento del potere mondiale e nella depauperizzazione umana
delle classi subalterne.
La “democrazia reale”,
svigorita e irreversibilmente logorata, cede la guida della storia a
figure marginali, ritenute a torto estinte, altrimenti concrete ed
efficaci che scandiscono il passo dell'oca intorno al capezzale del
cigno democratico (rif. al balletto di M. Fokine su una composizione
di C. Saint-Saens, 1901-1905), agli autoritarismi
post-fascisti in grado di
vincere gli antichi nemici valorizzando la povertà materialistica e
post-materialistica e la massa critica dell'ignoranza, ingredienti
indispensabili per le forme legali ed elettorali quanto per le forme
illiberali politico-militari d'affermazione e di conquista del potere
istituzionale e/o governativo. Il mix
delle “forme”, non del tutto storicamente originale, è sotto gli
occhi dei popoli assuefatti ad esse e quindi docilmente inclini al
“consenso” elettorale ed inesorabilmente inclini alla complicità
mistificatoria e violenta: unica alternativa, sul terreno
democraticista, si configura l'estraneità e/o ostilità verso il
sistema dei partiti. Niente di più.
Un compito immenso, né
regionale né continentale, bensì planetario, considerate le vicende
storiche alle spalle, irto di difficoltà, di pericoli, di ostacoli e
di incognite, eppure portato al successo, quasi senza colpo ferire.
Alla “democrazia reale” il sacrifico umano resistenziale ed
emancipatorio ha consegnato un'occasione unica per plasmare la storia
e servire le popolazioni che è stata data a poche generazioni di
uomini, dopo un itinerario di millenni, eppure ha fallito.
Lo scarno realismo
dell'argomentazione porta a concludere che ciascuna
generazione ha il suo problema particolare,
concludere una guerra, estirpare le discriminazioni, migliorare
progressivamente ed irreversibilmente le condizioni di vita,
consolidare la dignità umana, esigendo limiti “dell'umane genti le
magnifiche sorti e progressive” pretese senza innescare cambiamenti
radicali, oggettive, liberarsi dalla forme di vita similmente gestite
come se fossero ipermercati.
Esigere un sistema
politico che conservi il senso
della comunità tra gli uomini
è oggi fuori dalla portata dal discorso democratico pronunciato dopo
i due massacri bellici, fisici e culturali, del Novecento,
subito smentito in latitudini non europee. Quel discorso non ha più
pregnanza, è un anacronistico, inutile lamento profetico per la
generazione attuale che
non sa più ascoltare. Lo
storytelling
della democrazia, non incanta più. La retorica democraticista e la
narratologia che ne consegue appaiono come obsolescenza
dell'organizzazione civile ed istituzionale dei popoli.
Chi ha costruito la
caducità della democrazia in Occidente – un albero con
radici ammalate - venuta a patti con il capitalismo indefessamente
selvaggio, praticato nonostante la legislazione sociale, i diritti
civili ed il benessere dinamicizzato (e, proprio per la sua natura
negoziabile, cristallizzato in sostanziali diseguaglianze) dalle
effimere conquiste salariali, rinculando rispetto all'apertura
necessaria di prospettive altre che la storia ha fatto germogliare
dal 1917 al 1924 senza repliche universalmente significative, si
è assunto la responsabilità di cedere il passo, di deflettere, di
cancellare memorie.
È necessario essere
capaci di uno sguardo in grado di catturare la vulnerabilità
dell'animo umano, in
balia di sovrastrutture alienanti.
Si tratta d'assumere
(potremmo dire: costruire),
abbracciare totalmente il
marxismo, potremmo dire da
dentro il marxismo,
un'autentica prospettiva totalizzante d'adesione sincera ed
incondizionata all'obiettivo
del comunismo contro un mondo
le cui rivoluzioni industriali ed il saggio
di profitto hanno fatto
intenzionalmente smarrire per sempre la sua essenza umanistica.
Per comprendere la
realtà contemporanea ci si deve dotare di un metodo
conoscitivo, certo, ma soprattutto di un'articolazione
di pensiero risolutivo della crisi
di civiltà maturata agli inizi del XXI secolo, di una prassi che sa
svincolarsi dai rivoli di sofismi che impediscono ai comportamenti
di avere la meglio sulla declamazione di principi morali.



